il_pittore_del_vento

"Il vero paradiso sono i ricordi dell'infanzia. Mi ricordo da bambino quando, giocando tra coetanei – racconta Franco Azzinari - mi avventurai in un campo di grano in cerca di papaveri e nidi d'uccelli. Le spighe erano alte e mature. Mosse dal vento e fregandosi tra loro spargevano un suono magico: difficile da dimenticare. Osai pensare, ma allora mi sembrava un sogno, dipingere quei profumi del biondo grano che il lieve vento spargeva nell'incantevole scenario dell'orizzonte calabrese". Oggi Azzinari – il "pittore del vento" come lo ha definito per primo Sergio Zavoli - riesce a emozionare. Osservando le sue opere, lo spettatore viene rapito dalla magica sinfonia del vento. E nei suoi quadri si nota quella grande felicità che lui ha sempre avuto da bambino.

Azzinari, il poeta del vento - Sergio Zavoli

azzinari_zavoliCaro Azzinari, sono qui, mille miglia lontano dalle tramontane che scendono verso la mia terra dal bacino danubiano, prima radendo il mare, poi innalzandosi davanti al lento ergersi delle colline romagnole fino a sbattere contro il muraglione appenninico e l'inizio di altri venti, altre storie. Il suo soggiorno dalle mie parti le ha forse lasciato un po' del nostro elettrizzante salmastro. Oggi, per giunta, l'aria di quaggiù riceve una sorta di consacrazione nella sua terra calabrese, dove un pittore votatosi alla multiforme natura del maestoso e sobrio, inquieto e quieto fiato della natura festeggia proprio qui, tra queste mura severe il vostro vento: quello di casa, familiare e fuggevole, che spinge le foglie contro gli scalini oppure le disperde negli slarghi di dicembre col venire dei geli. Eccolo il poeta che ha osato tanto, con l'obbligo fissatogli dall'istinto e dall'immaginazione di fermare sulla tela l'imponderabile, l'invisibile, il libero padrone dell'aria; eccolo, quel magico pifferaio che chiama i venti con i loro colori, i loro, odori, persino i loro sapori, dei covoni e delle erbe, dei voli nei cipressi pieni di uccelli e tra folate di lavanda e di tiglio, tra frutteti spodestati, uggiosi piovaschi e carezzevoli schiarite.

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Prima di dedicarsi ai venti, cioè alla vocazione più limpida di questo artista fuori dalle misure, dalle storie, dalle passioni che non fossero i volti cangianti di campi o poderi o giardini - cioè di spazi liberi o millimetrati, difesi da siepi e canali - aveva colti vato la somiglianza dei ritratti, iniziando dai marciapiedi di paese con dei gessi colorati, e via via con uomini e donne in sosta sull' uscio di casa, oppure seduti fuori dalle botteghe. Anche quando smise la facilità di quel talento per entrare in una più ardua e complessa prova d'autore, conservò la felicità del segno e dei colori, precisando una scrittura mai formale, semmai sempre più affidata al nuovo estro, che ne ha fatto il pittore che dipinge nell'aria ogni verso del vento, sia che investa, scompigli o ricomponga quell' ordine, misterioso e ineffabile, che chiamiamo bellezza. Ed ecco che le allodole non più spaventate lasciano il folto del grano lungo il quale fuggivano basse, e nascoste, dove il vento stentava a correre e fermarsi come gli uccelli. Pur conoscendo ogni astuzia del vento, non sa ancora dirsi perché nelle vaste aree coltivate ogni colore diverso dal giallo è l'ultimo a sporgersi nuovamente. Ciò che sorprende dell' ineguaglianza forse è dovuto al fremito delle foglie, che spesso mutano volto, come, l'ulivo, per annunciare il primo tremore dei rami e, via via, delle piante. Solo l'erba si limita a chinarsi un po', anche perché un' altra piega, sotto il passaggio del vento, non le sarebbe possibile. Questo è il momento di confessare un piccolo segreto, nato nel silenzio, mai percepito da entrambi, il giorno in cui, mentre guardavo i suoi quadri ormai pronti per essere conclusi nelle loro cornici, lasciò che cominciassi a vaneggiare, assai più di oggi, nel tentativo di spiegare a me stesso l'arcano di un quadro, per dir così, tutt'uno con la natura senza che nulla di naturalistico potesse complicarmi le idee. Rimase, ricordo, laconico, si limitò a sorridermi né lusingato né indifferente. E fu lì, a quel punto, che nacque la nostra amicizia. Avvezzo, nel mio mestiere, a spendere molte parole anche per dire cose semplici, doveva sorprenderlo, o incuriosirlo, il mio almanaccare: perché anche al più incolto, ingenuo, addirittura sprovveduto ammiratore di quella singolare, sconosciuta, forse inedita bellezza, quei quadri gli uscivano dalle dita con una precisione così semplice e puntigliosa da sembrare scientifica? Che cosa, nei quadri di Azzinari, era più vero del vero? Certamente non un pittore verista, di quelli che hanno sviscerato il Caravaggio; e neppure un pittore esornativo, che sa cogliere la, bellezza, come si diceva per Federico Fellini, che con gli occhi non sbagliava mai. Un artista, mi raccontavo, partecipa all' opera sempre incompiuta della creazione, ed è in grado di misurarsi a livello umano, cioè all'altezza del cavalletto, con quanto raccomanda nientemeno il salmista, cioè il "dover far nuove, anche noi, tutte le cose". Noi stessi, in questo medesimo momento, potremmo essere già entrati nei suoi occhi e diventare oggetto di una sua chiamiamola qualità figurativa, dove il talento si convalida anche nelle forme più tradizionali del' arte; ma non c'è talento, mi aggiungevo, che possa mostrarti, neppure con il più nobile dei sortilegi, un vento dipinto si direbbe da mille pennelli, dal più gonfio al più esile, fino a quello che, con tre filamenti, può dipingere una intera sequenza di Angelopoulos. Interverrà, per aiutarmi, la crescente attenzione della critica, a questo punto anche internazionale, interessata a quei manti su cui svettano le vecchie guardie degli alberi, che sembrano direi: rispettateci, siamo nati non solo per gli uccelli, i fulmini, le ombre! Siamo nati anche per le radici e il loro grazie alla terra! Azzinari, che ha un sentimento forte anche dell' eticità di ogni cosa nata per vivere, se gli stai vicino, dopo un po' sembra un albero. Ha la stessa calma ostinata. E' da allora che rivado ogni tanto agli appunti presi alla sua ombra, ricollegando qua e là il senso del "viaggio". Una decina di anni fa mi chiese di poter trascrivere su un bel catalogo dell'Electa, destinato ai suoi quadri di Cuba, una sorta di prefazione tratta dai nostri primi, confidenziali racconti. Intitolammo quell' intervento "un viaggio nella perfezione", volendo dire al lettore che si trattava di un diario di bordo in cui annotare le più singolari vicende del suo noviziato. In quelle tele, ricordo, c'erano malinconia e nostalgie, innocenza e letizie; tutto improntato a una naturalezza sorprendente che lo allontanavada qualunque corrente artistica, moderna o postmoderna, collocandolo poi, nel tempo, in un esempio, per dir così, "di scuola", cioè in qualche modo classico. Fu la sua dedizione ai vigorosi e austeri uomini della campagna, con il viso pieno di rughe e le mani nodose, a risvegliare il suo interesse per l'uomo. In quella scoperta c'era non solo la forza evocativa della Calabria, ma anche quella di Arles e di Gualtieri, dove Van Gogh e Ligabue paiono prestargli i gialli e i neri già visti sulle facce di casa. La sua pittura non era più un racconto, ma un canto cromatico alla natura, quel lirismo univa la Calabria a Cuba e a Creta, all'Egeo e alla Grecia, in una alchimia che rifletteva la luce del Mediterraneo e quella dei Caraibi in una sorta di fulgore nuziale. Notammo insieme, e in tal senso io scrissi, che la Calabria più appartata rinasceva nei suoi quadri ogni volta che incontrava l'aspra e dolce bellezza dei grandi angoli della Terra. Fu allora che Azzinari si dette a un continuo cercarsi nei canoni sempre più ardui e severi dell'arte. L'artista ama ricordare che viene dal poco. Benedetto Croce diceva "tu sei ciò che sai", per invitare le persone del suo rango a contentarsi e semmai a ringraziare; anche se quelle parole potevano venir lette come un invito, meramente pedagogico, a sapere, e quindi a studiare, di più! Adesso, oggi stesso, giunto al traguardo di questa mostra, può fidarsi di un altro detto sapienziale: "Solo il normale è poetico!". L'affermazione appartiene allo scrittore francese Louis Aragon, e gli comunica una rassicurante certezza. Oggi noi sappiamo di rendere onore a un' artista che non potrà, neanche volendolo, essere meno di quanto sa, cioè di quanto e come è vissuto, e quindi di ciò che è. Siamo tutti felici e onorati di dichiararlo in una circostanza che, per i suoi molteplici significati, certifica e la felicità e I' onore. L'abbiamo percepito quando, nei luoghi del mito, vedemmo Azzinari in cerca di quella luce chiara, ferma, metafisica che si leva a levante, lungo le nostre coste, dalla Puglia alla Magna Grecia, illuminando le pietre, le colonne, le metope, i rocchi rotolati nei campi e lì rimasti, forme arcane quasi sepolte dal grano e liberate, ogni volta, quando è tempo di mietere. Qui ho un altro appunto: Azzinari ha fatto molto di più che stupirsene e fermare sui quadri quel chiarore: è tornato dal suo viaggio, dal suo "Et in Arcadia ego", con una gran numero di tele su cui sembrava essere passata l'ombra di Tucidide, il quale si batté perché fosserigorosa l'esclusione dei "segni mitici" - gli dei, il fato, la natura da ogni cosa venuta, in realtà, dall'uomo. Il mito, diceva lo storico ateniese, costituisce il limite della ragione umana, è ciò che essa non può prevedere né fare. Azzinari stava già a quella misura, a quel bisogno di contezza, quella stessa dell' alba che sosta per un po' lungo il profilo dei monti e sembra una riga d'aria che ridesta i profili del mondo. Ed ecco perché i quadri di quella mostra lontana, annunciati come un viaggio nella più straordinaria delle utopie, sono rimasti il frutto di uno sguardo che coglie una luminosità più radente che verticale, vista dal basso, cioè più dai nostri che dagli occhi degli dei. Ad essi andava il tributo che si deve alle allegorie, alla loro presenza rimasta arcana, ma non alI'abbandono attonito di chi ne vive una sorta di inerte stupefazione. Del resto, non è nella natura di Azzinari, pittore di realtà, simulare sembianze: semmai, esse convalidano la forza primigenia proprio dello stare con una luce addosso che passa non solo per i nostri occhi. Non a caso i quadri avevano, quasi tutti, tre piani espressivi: il primo era un affollato introito di ginestre, spighe, rami, erbe, in cui qua e là si annidavano squillanti fiori di campo; il secondo era la parte cruciale, ontologica, della rappresentazione, con i bianchi che primeggiavano nel ruscellare verso il mare dei sassi dalla forma breve, del che Azzinari non mostrava alcun imbarazzo perché, diceva, "io devo conciliare la qualità già astratta.

Azzinari, il pittore del vento - Sergio Zavoli

azzinari_zavoliHo visto questi quadri nella Sala delle Colonne, a Rimini, una domenica mattina molto presto, con la città ancora addormentata, fui invitato tra i primi a vedere l'attesa novità. Ho ripercorso il "mitico" viaggio con il timore di trovarmi, non oso dire l'illustrazione, ma la celebrazione di un "classicismo" riscoperto sul vivo, dal vero, avvertivo l'inconfessabile sospetto di trovarvi un Azzinari reso paradossalmente manierato da un'ulteriore, raggiunta maestria, anziché dal bisogno innocente di confrontarsi con una realtà più astratta ed effusa nella sua rarità e perfezione. Ma quel sospetto gli faceva un grave torto, diminuendolo fino alla dimensione del testimone, e del ripetitore, anziché dell'interprete. Qui, proprio in questa invisibile linea di confine, Azzinari sapeva dove poter indugiare e indulgere tra due frontiere che si toccano nel punto, non soltanto di massima vicinanza, ma anche di ambiguità e, in definitiva, di rischio.

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Ha voluto capire, prima ancora di amare,le suggestioni di Pindaro e Senofonte, Euripide ed Esiodo, Omero e Apollodoro, ma anche quelle dei luoghi, dai Deserti fioriti di Macedonia alla Culla di Apollo di Delos, alle Gole di Alcantara di Taormina alle Sere blu di Metaponto, dall'Omaggio a Demetra, dea del grano, ai Tranonti gialli della Baia di Sithonia, e a tutte le citazioni pittoriche raccolte lungo un viaggio sterminato, tra baie, laghi, rive, rocce, piante, in una continua "meditazione figurativa (…) con il mito sedimentato di Azzinari che è anche una forma di "modernissima smitizzazione", per dirla con Claudio Strinati in una pagina, a mio avviso, tra le più belle, disincantate e intense che la pittura di Azzinari si sia visto dedicare. L'intuizione di Strinati, secondo cui .questa esperienza artistica è una sorta di grande introduzione visiva all'universo dei miti disseminati (…), risponde all'esigenza critica di ricondurre la novità di Azzinari alla sua forma archetipa, che una lettura "solo" impressionistica, o solo culturale, di quell'universo poteva condurre a una retorica trasposizione di realtà e mito, storia e immaginazione, materia e metafisica, già affrontate in forme alte, esemplari, da De Chirico. E pur vero: oggi Azzinari lega il suo nome a un museo, nientemeno, che ha una sede storicamente suggestiva, ma questo riconoscimento resogli in vita, per la consacrazione già convenuta del suo rango d'artista, non 1o distolga dal ricercare, non direi mai di rincorrere, nuove legittimazioni. In questa raccolta lo dice con una franchezza pari solo allo scrupolo di non essersi spinto al di là del proprio sapere se stesso. Azzinari è rimasto fedele al suo "fitto e rigoglioso tessuto di erbe e fiori, – per dire con la penna di Strinati ciò che mi ero provato a pensare prima di leggere lo scritto dello studioso – ma anche nella Natura come "vivente totalmente animato" dalla misteriosa, inarrestabile fantasia nostra, dell'uomo. Questo viaggio, insomma non è un compendio, né un omaggio, né una prova di cultura e di stile: è ciò che poteva prender forma sotto lo sguardo e i pennelli di un artista lontanamente scopertosi per strada in Francia, dove tracciando i ritratti di frettolosi clienti, si guadagnava i colori e le tele da dedicare a un vedere più largo e più alto. Oggi – con un museo alle spalle – il suo lirico realismo è all'apice e all'inizio, insieme, di un'altra, coerente, inesausta prova d'autore. Osserviamo l'artista mentre affronta, ormai, la grazia di essere più canto che discorso, al servizio di una non più oggettivabile, ma ricercata innocenza e bellezza della natura. Quell'ulivo rugoso, ritorto, ostinato, che Azzinari ama dipingere senza tregua, se non fosse per Ia freschezza del pittore gli somiglierebbe al pari del contrario, cioè di quel vento visibile nel folto leggero su cui si ammutina, in una mostra che ha fatto e fa tanto parlare, il nostro stesso sguardo. Ma sbaglierebbe chi volesse trasformare Azzinari nel pittore di un effimero che in Natura non esiste. Non si sta in un museo per avere dipinto dei "fili d'erba".

Vento e anima nei paesaggi di Franco Azzinari - Vittorio Sgarbi

azzinari_sgarbiCredo di non sbilanciarmi troppo nell'affermare che la serie che ha per soggetto i campi di grano è certamente la più felice e ispirata fra quelle prodotte da Franco Azzinari, pittore calabrese che, ancora giovane, ha oltre trent'anni di carriera alle spalle. Nella loro apparente semplicità, in un trionfo assoluto di colori e forme naturali, i campi di Azzinari sono veri e propri concentrati di pensiero. Fino a un certo punto il percorso artistico di Azzinari si è mosso in parallelo a un desiderio di esperienza del mondo che ha portato l' artista a muoversi lontano dalla Calabria, prima in Francia, poi in Estremo Oriente, in America, in Brasile, a Cuba. A circa cinquant'anni di età, Azzinari ha sentito il bisogno di ristabilire un rapporto diretto con la sua terra d'origine, accogliendo l'invito di allestire ad Altomonte un proprio museo personale, e con i miti storici e culturali di cui essa si è sostenuta.

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Un viaggio nella madrepatria della Magna Grecia fa riscoprire ad Azzinari il fascino primordiale dell'antica cultura mediterranea, certamente attraverso l'ammirazione per i resti archeologici, per l'ideale estetico che li ispira, ma soprattutto tramite il concetto-base da cui tutto il resto deriva: il culto pagano della natura, il piacere puro che deriva dalla sua percezione. Nei confronti della natura, l'Occidente cristiano ha avuto un atteggiamento strano: da una parte c'è la profonda ammirazione per ciò che Dio ha creato (si pensi solo alle Laudi di San Francesco), ma dall'altra ci sono anche chiare riserve sul piacere della sua percezione, come se questo piacere potesse invogliare al peccato o alla dissuasione dal vero obbiettivo, l'adorazione di Dio. L'uomo dell'antica Grecia che più di ogni altro ha capito in termini filosofici il principio del piacere di natura è Epicuro; sappiamo anche quanto sia stata intensa la lotta ideologica dei teologi paleocristiani e medioevali contro Epicuro, ritenuto "amorale" e anti-spirituale. Non so se i campi di grano di Azzinari siano volutamente "epicurei", ma di certo verrebbero visti con occhi più appropriati se fossero considerati in una dimensione speculativa più vicina alla Grecia antica e alla Magna Grecia piuttosto che all'Occidente cristiano. Credo, cioè, che Azzinari sia arrivato al punto centrale del rapporto fra la modernità e il mondo antico, con un procedimento non diverso da quello che aveva assunto Nietzsche. La cultura antica del mondo mediterraneo può essere solo evocata da statue meravigliose, da templi grandiosi e imponenti. Per coglierla nella sua vera sostanza, bisogna recuperare il principio del piacere, nella natura e con la natura, dimenticando le remore moralistiche del cristianesimo. Per un cristiano paragonare un uomo a una bestia è un modo di disprezzarlo, perché Dio ha voluto l'uomo al centro del mondo. Tutta la mitologia antica, invece, trasforma continuamente l'uomo in bestia senza diminuirlo d'importanza, come per soddisfare il desiderio di sentirsi parte della natura, come un animale o una pianta. Gli stessi campi di grano si offrono perfettamente a dimostrare questa divergenza di visione fra civiltà pagana e cristiana. Nella simbologia biblica e evangelica, il campo di grano è qualcosa di positivo, ma fra di esso si può nascondere anche l'insidia del demonio. I mari di grano di Azzinari, antichi e pre-cristiani, sono estranei a questa simbologia, niente potrebbe far pensare che essi possano nascondere il male, qualunque forma possa assumere: non abbiamo bisogno di fare distinzioni, ma solo di cogliere il bene nella sua interezza. Niente potrebbe negarci il piacere puro della loro contemplazione, che non prevede il senso del distacco dell'uomo dal resto del creato, ma la totale immedesimazione nella natura. Niente potrebbe arrecarci più serenità e godimento, come se fosse il traguardo agognato delle nostre esistenze. Nulla è a dimensione di uomo, in questi dipinti di Azzinari, ma di n tura i campi di grano non sono visti con occhi umani, l'orizzonte si percepisce appena, la prospettiva non è quella matematica e brunelleschiana: potremmo contare le singole spighe, tanto vicine ci appaiono, come mai può capitare nella realtà". E il vento le anima come uno spirito della natura. È una prospetitiva, quella dei campi "animati" di Azzinari che deriva piuttosto dalla vista di un uccello o di un insetto, nello stesso tempo alta e ribassata per consentire che l'uomo si senta uccello fra gli uccelli, insetto fra gli insetti, natura fra natura. È sorprendente come questa coscienza, ugualmente nuova e antica, non ci faccia sentire affatto incompleti rispetto al ruolo privilegiato che ci offre la dottrina cattolica. Perché Deus non può che essere sive natura, senza altri fini al di fuori di se stesso, come diceva Spinosa.

Il vento della felicità - Carmine Abate

azzinari_abateLa natura bisogna saperla ascoltare. Ha una voce mutevole e segreta, a volte allegra e chiassosa, a volte malinconica e nostalgica. È,la voce del vento. Franco Azzinari dimostra di possedere un udito sensibile e finissimo, e dunque con il vento sa dialogare. È il vento che lo fa entrare nei meandri più profondi ed enigmatici della natura; che gli sussurra i colori accesi e misteriosi dei suoi paesaggi; che gli urla la bellezza, della vita. Per chi, come me, è nato e cresciuto in un paese del vento e da bambino ha corso controvento nei campi di grano arsi dal sole o stordito dai profumi delle erbe e dei fiori in primavera,la familiarità e la sintonia con i paesaggi di Azzinari è totale. Ammirare i suoi dipinti è come specchiarsi di continuo nella purezza ancestrale dell'infanzia,, in un tempo e in uno spazio che ti appartenqono, ma che lo sguardo e la mano abile del pittore sono riusciti a trasfigurare in un tempo-spazio universale. È questa una delle magie dell'arte.

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Questa comunanza inconsapevole di sguardi, di storie, di emozioni. Dunque, ciò che mi lega ad Azzinari, non è tanto e solo la comune origine arberéshe,la stessa lingua e le stesse storie mitiche o l'essere cresciuti entrambi in un paese mediterraneo, ma il sentimento di arte che trapela dai suoi quadri, al di 1à dell'originale cifra stilistica riconosciuta da tutti. Una pittura "emotiva", fatta di potenza creativa e non di testa, una trasfigurazione poetica e vibrante della realtà, non una sua pur perfetta rappresentazione fotografica, tarlto che il paesaggio a prima vista iperrealistico, di cui riesci a sentire le voci della sera in un campo di avena e persino il profumo di mare e di origano, mai come nelle opere di questo artista diventa con naturalezza il paesaggio dell'anima. Si ha I'impressione che Azzinari, pur mettendosi con il cavalletto e la tavolozza dei colori di fronte a un paesaggio reale, dipinga il mondo che è dentro di lui. E sono sicuro che anche ad occhi chiusi sarebbe capace di ridarci il fascino della natura in tutte le sue sfumature misteriose. Solo che quando apre gli occhi su uno dei suoi luminosi squarci, ecco che gli brilla all'improwiso un altro sguardo, quello che ha acquisito nei suoi continui pellegrinaggi fuori della sua terra di Calabria. È uno sguardo sospeso, disincantato e per questo profondamente autentico. E così, quando Azzinari osserva e dipinge una ginestra fiorita abbracciata dalle erbe, con il mare che si apre all'orizzonte, ci restituisce il sentimento caloroso del giallo dorato e la forza dell'intreccio dei rami giunchiformi con cui i nostri contadinilegavano la legna, annodavano la fatica, ma anchela forza delle fibre che diventavano tessuti e che oggi vengono miscelate a plastiche per le auto o diventano biofarmaci antitumorali, profumi: una pianta magica, la odorata ginestra..mirto, gentile…che il deserto consola, amata dai poeti come Leopardi e dagli scienziati, sospesa tra tradizione e modernità. Ma con l'altro suo sguardo Azzinari coglie il vento che sferza un ginestreto e ne porta lontano i semi per farli rinascere altrove, senza tuttavia avere né la forza né la volontà di sradicare le piante perché sono tenacemente legate alla terra in cui sono nate. La propria terra. Con essa il rapporto del pittore diventa sempre più forte ed esclusivo, privo di sbavature estetizzanti ma ricolmo di calore affetto dolcezza, come quello con la propria madre che ci ha donato la vita. Azzinari è un pittore che rifuge dai concettualismi più o meno didascalici e dalle estetiche a tavolino. Le sue metafore spuntano, invece, spontaneamente tra l'erba alta delle colline come fiori di cardo, ora rigogliosi nella verdezza della primavera, ora secchi e ricoperti dalla polvere malinconica di fine estate. Tra tutte, spicca la grande metafora del vento onnipresente: che soffia il suo alito vitale sulle chiome degli ulivi, dentro la macchia mediterranea, tra i cespugli di lentisco, accatezzando i fiori dell'anice e i papaveri, le spighe di grano e l'avena selvatica, i fiordalisi, la lupinella e la malva; che è movimento, fuga perenne, nostalgia del passato e del futuro. Che è, soprattutto, il tripudio dei colori caldi della vita. Eppure, tra i fili d'erba e i rami contorti degli alberi, è possibile scorgere la presenza inquietante di quella che in un'antica rapsodia arbéresbe viene chiamata "bjea e erés", I'ombra del vento che nasconde la morte. Ma è un attimo, un pensiero inevitabile che ci fa apprezzare e abbracciare con più forza íl nostro mondo. Alla fine i colori luminosi e maturi di Franco Azzinari con la loro raffinata semplicità, gridano al vento la bellezza della vita, nonostante tutto, nonostante le spine sottili dei cardi, nonostante l'erba secca e abbattuta dal dolore, nonostante le ombre che si insinuano nelle pieghe oscure del nostro presente. La luce del sole, che si sprigiona dagli sguardi di Azzinari, è per fortuna più potente, illumina persino gli spicchi di mare tra cielo e terra, e naturalmente fa brillare di vita il vento della felicità che accarezza la nostra natura. E la rende eterna.

Opere dal 2005 al 2012